Per “scatenare l’inferno” serve l’ambizione della fantasia
“Al mio segnale scatenate l’inferno…“ è la frase iconica de “Il Gladiatore” e racconta la carica prima della battaglia. Il Foggia non ha bisogno del generale Massimo Decimo Meridio per scatenare l’inferno. Perché l’inferno è già nel Dna dei rossoneri, nell’apelido “satanelli”, nelle campagne abbonamenti di recente memoria, nell’iconografia di una maglia che nell’inferno si è spesso bruciata. Dalle notti oscure di Termoli alle orribili fatiche di Agropoli, non c’è grumo di sangue foggiano che non sia stato nettare per “Caron Dimonio”, detto alla “Divina” maniera. L’inferno ha percorso aule di tribunale, ha alimentato fallimenti ripetuti “a loop” in un moto di sadico accanimento contro la gente di Capitanata, da sempre in pole nel gran premio delle “sfighe” cosmiche. Oggi il Foggia è in Purgatorio, dove lo ha condotto Fabio Gallo che – come un novello Virgilio – ha scortato il suo protetto dalle fiamme alla montagna della redenzione… Passo dopo passo, senza eccellenze, nessuna ouverture del Macbeth o della Traviata, qualche acuto in potenza ma tanto lavoro sporco. “È un brutto mestiere ma qualcuno deve pur farlo… Fabio dà un colpo di straccio al banco del bar”, canterebbe il Liga, in una simbiosi sghemba tra il Mario del rocker emiliano e il Gallo del Foggia… Prima ha rinfocolato un orgoglio annientato dall’era Boscaglia e dalle due “sberle” con la Gelbison; poi ha chiuso a mandata doppia la porta di un Nobile sino a quel momento… senza titoli né terre da amministrare; di seguito ha trasferito carattere nel pomeriggio ruvido di Castellammare. E infine ha riportato il gol da chi del gol ha fatto una ragione stessa della propria esistenza. Per essere più chiari: non c’è Foggia senza spettacolo e reti.
Siamo però appena all’ascesa purgatoriale, in un andirivieni che Dante percorre alla scoperta della storia e che Gallo dovrà gestire migliorando ogni spigolo d’intensità e qualità. Perché il Foggia è ancora orfano di concreta spregiudicatezza (perdonateci l’ossimoro dialettico!), ha spinto sinora sull’acceleratore del ritmo con pochi guizzi di genio (il filtrante di D’Ursi contro il Crotone, il “no look” di Petermann con l’Andria e il “sombrero” di Peralta a Viterbo). Rari spiccioli di talento che rendono la strada verso il Paradiso ancora molto impervia. Proprio l’assenza di Gegè D’Ursi ha aperto una voragine nell’attacco rossonero (almeno quello disegnato da Gallo) nella quale è stata gettata tutta la gioventù di Tonin. Il nostro voto al giovane di scuola Milan non è stato positivo ma si sa – e lo diceva Carlo Ancelotti, mica un “pirla” qualsiasi – la valutazione sulla prestazione di un giocatore fatta dal tecnico è molto diversa da quella del giornalista, il quale non sa i compiti che l’allenatore può aver assegnato al suo atleta.
Ma al netto di questo, c’è sicuramente da progredire. E molto! In Coppa Italia, però, pur nell’anomalia di una competizione sfruttata per mettere minuti nelle gambe di chi gioca meno, abbiamo visto un interessante cambio di modulo, una difesa senza… difensori (bravi Frigerio e Leo!), e soprattutto abbiamo salutato la crescita tattica di Peralta (già “on fire” con la Viterbese) che ha corso nemmeno fosse la fotocopia in salsa rioplatense del laziale Pedro, uno degli attaccanti più bravi nell’interpretare il doppio movimento avanti e indietro. Gallo sta insistendo nella direzione di trasformare Dieguito in una mezzala “all around” e l’ex Ternana sta rispondendo positivamente. Del resto il tecnico sa che per nutrire rinnovate ambizioni non potrà affidarsi solo a situazioni estemporanee o a goleador improvvisati di giornata (chapeau a Rizzo, Nicolao, Garattoni e Di Pasquale per la puntualità sotto porta) ma dovrà ritrovare la genialità dei suoi fantasisti. Soltanto allora il tecnico di Bollate potrà indossare le vesti del generale Massimo (nel film Russell Crowe) e caricare le legioni rossonere urlando ai suoi pretoriani: “Al mio segnale, scatenate l’inferno!” …