Chi si accontenta, non gode
Si torna dal Viviani di Potenza con un pareggio stentato.
Un punto che non allieta l’animo, ma che acquista più valore se consideriamo il gioco che ancora latita e fatica ad intravedersi.
Per ora siamo questi, e non si può negare il contrario.
Il dato più preoccupante è che questo nostro Foggia, ora come ora, non ci permette di fare sonni tranquilli: abbiamo giocato praticamente solo per 20 minuti, dove con un po’ più di cinismo avremmo pure potuto arricchire il taccuino dell’arbitro, ma… ahimé… per gran parte della gara, specie nella prima frazione, siamo stati evanescenti, inconcludenti e dispersivi, con il solito trend negativo che si nota, ormai, da inizio campionato.
Continua la solita confusione, il solito marasma, e non si intravede un’idea di gioco certa.
Al di là della prestazione e del risultato, mi sento di fare un appunto – con rispetto e moderazione – al tecnico rossonero, per quanto dichiarato alla vigilia della gara stessa.
“Il Potenza è una squadra tosta, avremo delle insidie” – queste le parole del mister siciliano.
Parole che non hanno certamente trasmesso la dovuta carica aggressiva ai calciatori, già oltremodo spaventati o spaesati prima ancora di arrivare in terra lucana.
Con tutto il rispetto, ci si accingeva ad affrontare il Potenza, squadra creata per la salvezza.
E quando incontreremo corazzate come il Catanzaro o il Crotone, che faremo?
Daremo forfait, sventolando bandiera bianca, già certi di essere sconfitti?
No, non lo accetto, non accetto questo modo di fare quasi arrendevole.
Un allenatore combattivo e vincente dovrebbe far leva sull’orgoglio dei propri ragazzi, infondendo loro fiducia, grinta, e una sana dose di aggressività agonistica, pur nel rispetto dell’avversario.
Vorrei, a tal proposito, semplicemente, ma più col cuore, citare la frase veramente mitica che il mago di Turi, Oronzo Pugliese, disse ai suoi ragazzi all’alba del 31 gennaio 1965 per motivarli e fare quella impresa titanica che consentì, all’epoca, di battere la grande Inter di Helenio Herrera.
Ebbene… in quella circostanza, come mi ha raccontato uno zio che a quei tempi c’era, tale fu la frase pronunciata: “Undici sono loro, undici siamo noi”.
E quei meravigliosi ragazzi, capitanati dal grande Francesco Patino, trascinati da un pubblico unico, motivati nelle corde del cuore da una “semplice” frase compirono l’impresa finora più eclatante della nostra Storia.
Ecco, ho citato questo aneddoto perché credo che basti, a volte, toccare i tasti giusti, le corde giuste, con parole giuste per scatenare qualcosa di incontrollabile e fare sì che Davide batta Golia o Ulisse il nemico Polifemo.
Se si parte al contrario si arriva al contrario o ci sono tante probabilità affinché accada. In tempi più o meno recenti questo concetto era trasmesso da Qualcuno che è rimasto nella nostra Storia in modo altrettanto forte quanto Pugliese. Non lo nominò sennò… apriti cielo… dicono che sono troppo nostalgica.
Ad ogni modo, passano gli anni, ma il concetto non cambia: i giocatori sono umani e, come tali, oltre ad essere allenati e disposti bene in campo, hanno bisogno di uno scopo, di un motivo, di un orgoglio… che poi vale per ogni cosa nella vita di tutti i giorni.
Chissà se torneranno i tempi di Pugliese, o dell’Altro recente condottiero a fare sì che prima di una gara, qualsiasi sia l’avversario, i ragazzi siano motivati, pensando che “Undici sono loro, undici siamo noi” e a non temere nessuno, pur rispettando tutti, a partire dall’Inter euromondiale a finire al Potenza.
Col cuore rossonero che resta fedele a questi colori, al di là del risultato, auguriamoci tempi migliori.
In fondo in fondo, ce li meritiamo… e non è supponenza.
#avantiFoggia ❤️?