Da Lorenzo a Lorenzo passando per una Lega Pro votata alla “maturità”
La zona era quella mediana, a uno sbuffo di sigaretta dalla panchina del boemo. La palla arriva irriverente, lo scugnizzo l’addomestica di tacco facendosela scivolare in mezzo alle gambe, saluta il difensore in preda a spasmi di meraviglia e se ne va… Lo scugnizzo era Lorenzino Insigne, faccia da niño dispettoso, capello quasi geometrico. Era il 20 febbraio 2011, si disputava Viareggio-Foggia che finì tanto a nulla per i satanelli di Zeman. Era Prima Divisione e si giocava allo stadio dei Pini, teatro abituale della Coppa Carnevale, il draft della “meglio gioventù”, il torneo che consacra le promesse nazionali, quelle che vengono spedite a impolverare polmoni e a sdoganare garretti sui campi di serie C. O almeno così accadeva una volta… oggi non più. In quel Foggia, oltre all’attuale capitano del Napoli, c’erano Laribi (Palermo), Romagnoli (Milan), Koné (Atalanta), Salamon (Brescia), Regini (Sampdoria), Sau (Cagliari), Rigione (Inter), Farias (Chievo): tutti – eccezion fatta per Sau, classe ’87 – nati tra il ’90 e il ’91 e tutti – tranne Rigione – ospiti negli anni della serie A. Con il tempo, però, la serie C ha perso appeal presso i club più importanti, restii a sdoganare i propri baby in giro per l’Italia, tenendoli conservati nelle preziose teche di famiglia o riservandoli alla più probante esperienza della cadetteria. È ciò che ha fatto per esempio l’Inter con il “prodigio” Seba Esposito, al quale Big Romelu concesse l’onore di tirare e realizzare un rigore contro il Genoa. Il perché di tale scelta risiede nell’eterno dilemma su chi sia nato prima, l’uovo o la gallina… Se è vero infatti che la Lega Pro ha abbassato il livello di qualità perché i club di A non vi parcheggiano più l’eccellenza delle loro Primavere, è altrettanto vero che – forse – questo avviene perché non si fidano più di una categoria dove chi lotta per vincere punta soprattutto su vecchi marpioni già pronti per l’uso. E la storia recente, almeno nel girone C, conferma questa ipotesi. Chi è salito in «B», infatti, ha raggiunto il traguardo con rose “mature”. La Ternana di Lucarelli che sta battendo tutti i record, nei 26 giocatori con più di una presenza in campionato, ha un’età media di 28,8 anni, media che si eleverebbe a 29,3 se non si tenesse conto dei tre caps per 60’ complessivi del diciottenne Onesti, non proprio un “fattore” nel cammino trionfale delle Fere. L’anno scorso la Reggina sbaragliò la concorrenza del Bari con un solo classe ’98 (21 anni) Rivas tra i più utilizzati; due stagioni orsono fu promossa la Juve Stabia di Elia, settore giovanile della Dea oggi al Perugia, e dell’ex Milan Mastalli, nessuno dei due però approdato in A. Il Lecce di Liverani nel 2017/18 aveva solo il classe ’96 (allora 21enne) Tsonev e il lituano Dubickas (classe ‘98): troppo poco per gridare allo “Young factor”. Per non parlare del Foggia di Stroppa 2016/17, che saziò la sete di riscatto del popolo rossonero senza l’apporto «Under» se non quello marginale (e nemmeno troppo «Under») di Empereur. La chiave per invertire questa tendenza comunque c’è e si chiama proprio Foggia. Qui la maglia pesa e chi cresce alle nostre latitudini diventa giocatore vero. Occorrerà dunque riallacciare i contatti con le big di A e far leva sulla didattica di una piazza complicata per chiedere ragazzini “veri”, quelli che magari “scherzano” l’avversario con una semplice finta di corpo o che realizzano 13 gol punendo Fere e Galletti. Ogni riferimento a Lucca del Palermo, che di nome fa – ironia del caso – Lorenzo, è puramente voluto…