Il coraggio di non arrendersi!
Incerottati, vilipesi dalla fatica. Contati, mancava il quorum pure per un torello. Eppure orgogliosi. “Tutti danno per morto il Real”, disse Ancelotti il 18 gennaio scorso alla vigilia di un delicato confronto di Copa del Rey contro il Villarreal. “Ma noi ne usciremo!”. Sembra il racconto del Foggia di Delio Rossi. Stavolta offeso dalla Dea Bendata pure in campo (perché fuori il Fato lo aveva già beffeggiato più e più volte!) con due pali che gridano vendetta. Nessuno comunque si è lamentato. C’era solo il vigore della speranza. Martin Luther King scrisse: “Un giorno la paura andò a bussare alla porta. Il coraggio aprì e non trovò nessuno”. Il cancello dello Zaccheria non ospita il timore. Trema solo il piazzale antistante per i sussulti di passione di un popolo che ha ritrovato i suoi “masaniello”. Ancora una volta quella frase, tutti nella testa l’hanno sentita vibrare: “Stavolta non ce la facciamo”. Anche con il Pescara, quando gli arti s’incupivano di fronte all’insolenza dell’acido lattico. Anime sane (le poche rimaste!) che vagabondavano impegnate a lottare – all’apparenza senza fiato – contro l’ineluttabile. Una panchina che pareva l’accettazione di un reparto d’ortopedia. L’undici di Zeman ideologicamente padrone del campo con il boemo che si era permesso il lusso di far fuori in un solo colpo – a inizio ripresa – Merola e Delle Monache per spedire in campo l’ariete Lescano e l’irrequieto Kolaj. Lo svantaggio quasi inevitabile… l’ennesima rincorsa. Con quali forze? Il motore sbuffava, il cambio grattava, la frizione s’inceppava.
Eppure, ancora una volta, la scintilla ha acceso il fuoco della riscossa. Si è ribaltato l’incontro. “La paura è umana. Combattetela con il coraggio”. È una frase di Paolo Borsellino. Chi più di lui può dare lezioni di vita! Il Foggia è rinato, per l’ennesima volta… ha preso il comando, ha sferzato di terrore un Delfino che non riusciva più nemmeno a gigioneggiare con la palla. Grande merito al cuore dei ragazzi, verissimo. Ma pure all’organizzazione che l’allenatore ha dato alla squadra in poche settimane. Spazi accorciati, pressing intelligente. Il compito di remare contro la storia è stato affidato alle sole sgassate di Iacoponi (l’unico con un po’ di “benza” in corpo): Robertone si era già speso sino all’ultima stilla di energia confezionando assieme all’uomo dei geyser, Bjarki Bjarkason, la rete del pareggio. È arrivata una vampata salutare. I rossoneri vivono di sensazioni forti. Le assorbono e le fanno sentire come i brividi adolescenziali per il primo bacio.
Si va a Pescara. Nuovamente da sfavoriti. Senza Kontek e Di Noia (ahi, Giò… quel giallo potevi proprio evitarlo!), con una percentuale di acciaccati che sfiora il record di sostenibilità. La strada verso la martoriata Romagna (chapeau al Cesena, vicinissimo a una finale con dedica già pronta!) è tracciata. Il Delfino si sente solido. Sostanzioso. Roboante nelle alternative, opulento nei cori di un Adriatico che si vestirà – dopo tanto tempo – a festa! Il Foggia però è partito sostenuto dall’affetto di un popolo che non smette mai di tingere il cielo con i colori dell’amore. Se avanzano ancora frazioni di “atletismo” le si sommeranno tra loro per tirarne fuori un intero. Alla stregua di ciò che accade in un esercizio di algebra! Occorrerà un blocco monolitico, un’associazione di “mutuo soccorso” come la Lega bracciantile di fine ‘800. Serve la gara perfetta? Nemmeno troppo. C’è bisogno semplicemente di un incontro da Foggia di Rossi. Irrispettoso del “già decretato”. Ci sarà di nuovo il momento in cui si dirà… “non ce la facciamo”. E magari alla fine il satanello sarà davvero gettato all’”inferno”. Ma di una cosa siamo certi. “Partita finisce quando arbitro fischia”. Lo diceva Vuja, un mito. E noi da queste parti lo abbiamo preso alla lettera!
Il resto lo lasciamo placidamente scorrere. Polemiche comprese! “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”… C’è l’attesa. Il fischio d’inizio. Il pallone che rotola. L’emozione è totale, direbbe Stefano Borghi. It’s magic football.