Un segno e un monito

Un segno e un monito

“Sarà un segno”. Pasquale ne ha viste tante. Lassù in Curva Nord. Con il vento o con la pioggia. Nel torpore del caldo più infame. Il suo commento arriva veloce. Un segno. Il calcio è mistico. Occorreva scrostare la ruggine. Misure perdute. Ritmi da reinventare. Pressione che scioglie l’adrenalina e la trasforma in bromuro. Pausa benedetta? Anche no… Serviva per attivare Antonio Vacca, ma la sua genialità (celebrata nell’illuminante zuccherino servito a Garattoni!) è stata di nuovo schiacciata dal peso di una forma fisica approssimativa (per usare un eufemismo!). L’inutile girovagare di Frigerio ha rappresentato la cifra di una sosta rivelatasi alla fine quasi dannosa. Il Potenza era il peggior avversario possibile. E lo ha dimostrato confezionando un progetto di partita chiaro (restare abbottonati) e redditizio (colpire al momento giusto). Almeno sino al recupero. A quella “zona” che negli anni ’30 divenne Cesarini, oriundo dalla classe aristocratica, capace di decidere al 90’ un confronto di Coppa Internazionale tra Italia e Ungheria disputato a Torino. Quel momento è già diventato “canzone epica” dello Zaccheria. La sciabolata (con diritto al sombrero) di Costa, lo sforzo solo all’apparenza inutile di Beretta, la confusione giovanile di Gasparini. E il tramonto della paura… e della voce. La forza di un popolo a spingere in fondo al sacco il lob improvvisato del cavalier (errante!) Di Noia. “Sarà un segno”. Forse… Pasquale ci spera. Ma è troppo innamorato del suo Foggia per non dubitare. Per una volta, la pietra filosofale della “sfiga cosmica” ha abbandonato le lande di Capitanata. Adesso, però, il fato si fa da parte. Si va in campo. Si deve soffrire. Correre e combattere.

Il monito si chiama Cerignola. Audace, come la sua ragione sociale. Le qualità della truppa di Pazienza (uno degli esponenti della vasta colonia foggiana sulle sponde ofantine) sono conosciute e insindacabili considerando l’ottimo campionato affrontato da neopromossa. La spregiudicatezza degli attori si sposa con l’impenetrabilità delle geometrie del Monterisi, dove i parametri classici s’infrangono sull’occupazione differente (e molte volte coatta) degli spazi. “Sangue caldo e testa fredda”, il “mantra” di Delio Rossi. Già sentito ma sempre coerente con un football che si governa più con la mente che con le gambe. Il precedente a Cerignola della regular season vale sino a un certo punto. Era tutto un altro Foggia. Somma rinnegò il suo “incipit” da tecnico rossonero (non andrò a stravolgere… ipse dixit!) e riesumò un’idea malsana di centrocampo alla Boscaglia, consegnando all’Audace tracce di passaggio e traiettorie di corse che resero soprattutto il primo tempo un calvario insopportabile.

Si riparte da zero. Da un mister diverso, navigato ed emozionalmente “scafato” dopo aver riposto nello sgabuzzino il lavandino (per la casa al mare) che senza il “magico” sinistro di Giovanni da Bari avrebbe dovuto già spacchettare. Si ricomincia da una versione lussuosa di Kontek (pronto in ogni chiusura, implacabile nell’uno contro uno e prodigioso nel gesto difensivo più prezioso dell’incontro), dal mancino nuovamente ispirato di Costa e dall’abnegazione di Odjer. Il resto è da risvegliare e riportare ai livelli di fine torneo. Stavolta però non ci saranno ragnatele da togliere. Le pulizie di primavera sono state completate. Il rodaggio playoff è ultimato. O almeno dovrà esserlo per non rischiare di andare fuori giri. Contro il Cerignola sarebbe delittuoso regalare filtranti e convinzione. L’appuntamento è fissato. Si gioca. Undici contro undici. Ricordandosi del segno. Quel segno. È il fascino di questo sport. Non è finita fin quando non è finita. Lo ha pensato anche Pasquale smerigliando le sensazioni di un attimo che la sua memoria di tifoso difficilmente potrà archiviare…