È il gruppo l’arma per stordire il qualunquismo della monotonia…
Monolitico come Pizzomunno. Che nello slang viestano significa “pezzo di mondo”. Statuario. Impenetrabile. È il gruppo Foggia. Il segreto di una crescita esponenziale, inquinata appena da qualche incidente di percorso, naturale – peraltro – durante una risalita impervia e faticosa. Lo spogliatoio è chiuso. Non passa spiffero malsano. Se qualcuno ci concede l’ardito paragone, sembra di essere tornati alla stagione condotta mirabilmente da Marchionni. Marco ha assaggiato calcio ad alti livelli. Fabio Gallo lo stesso. Meno “sangue blu” pallonaro, ma identica esperienza in collettivi ambiziosi. Il Foggia è l’espressione del suo tecnico. Solido nelle sue convinzioni. La prima, appunto, si chiama GRUPPO. Da spronare, consigliare, mai sottostimare. “I miei calciatori sono i migliori”, il mantra di un comandante fin da subito un passo avanti alla sua truppa.
“Ringhio” Gattuso vinse la finale playoff contro RDZ ancora prima di giocarla. Sfidò impunemente il frastuono assordante di uno Zaccheria “avvelenato”. Entrò senza timore. A testa alta. Come Leo Greco contro il Perugia, qualche anno dopo. Un rigore vitale, un’esecuzione magistrale. Un’esultanza iconica sotto la Nord, l’ultimo sprazzo di orgoglio rossonero. Purtroppo il campionato si chiuse nel dramma di Verona, ma quel penalty codificò il DNA di una cultura pregna di valori altissimi. Sudore, dedizione, coesione, professionalità. I principi di Leo. Come di Gallo. Che ha ricostruito un edificio in stato di abbandono partendo dalle fondamenta del lavoro e del rispetto. In primis verso chi ha partecipato al processo di rinascita del Foggia. Ecco perché i nuovi acquisti di gennaio sono un passo indietro rispetto agli altri. Non solo fisicamente (nota a margine: i satanelli volano, complimenti allo staff del mister!), ma soprattutto nelle gerarchie dei “corridoi” dello Zaccheria. Che si creano con le presenze e le fatiche, con i crolli e le resurrezioni.
Chi si lamenta del mercato, forse, non ha capito lo spirito di Gallo. Se la faretra del suo arco si fosse arricchita di altre frecce, il tecnico di Bollate sarebbe stato felice, magari più tranquillo pensando a eventuali periodi “no” originati da infortuni e squalifiche, ma nulla avrebbe aggiunto al concetto supremo di gruppo. Chi c’era ha imparato, chi è appena arrivato lo farà. Solo così si guadagnerà gli applausi che Gallo destina sempre ai suoi ragazzi nel momento della sostituzione. Piccoli gesti (che però fanno una grande differenza) di un raffinato stratega anche della comunicazione gestuale, il quale ha intelligentemente modellato la sua creatura attorno alle esigenze di un popolo che ha fame di nobiltà tradita. Di riscatto anche sociale. Si doveva passare per la noia di prestazioni cementate dalla paura per tornare ad annusare i profumi antichi d’ambiziose virtù. Oggi il Foggia è una squadra vera. Forte. Che regala emozioni pruriginose! “Il calcio porta con sé una magia che va oltre i trofei”, ha scritto Sérgio Pugliese, giornalista brasiliano fondatore del “Museu da Pelada”. È la follia di sensazioni quasi esoteriche. Qualcuno le sta riprovando nel nascondimento di una pura percezione, altri le allontano per non rischiare d’illudersi. Il solo fatto che ci siano è la più grande vittoria di Fabio Gallo. E del suo GRUPPO. L’arma che ha stordito il qualunquismo della monotonia…