L’Exit Strategy di Fabio Gallo

L’Exit Strategy di Fabio Gallo

Exit strategy. Strategia d’uscita. La chiamano così. Gli inglesi se ne andarono dall’Europa e fu Brexit. Noi invece scendiamo dal pianeta “continente” per planare allo Zaccheria, agli albori di una nuova epoca tecnica in casa Foggia. Sempre e inevitabilmente griffata Fabio Gallo. Che ha sorpreso scegliendo un futebol di talentuosi finisseur e devoti incursori proprio al cospetto della corazzata Catanzaro (i cui numeri restano il manifesto di una potenza straripante), sparigliando le carte che pure un navigato (e lussuoso, per la categoria!) mister come Vivarini non è riuscito a riapparecchiare. Sgombriamo subito il campo. La capolista ci ha messo del suo. Presunzione, forse… sufficienza sicuramente. La cifra nei colpi di tacco. Inutili e impresentabili nell’esecuzione. Roba da offendere colui il quale ne era il profeta, il depositario di un’arte magica e segreta. Il Dottore, o Doutor, al secolo Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Il mito dal pugno alzato, la voce della “democracia corinthiana”. Era definito “o calcanhar que a bola pediu a Deus”, il colpo di tacco che il pallone ha chiesto a Dio, e sublimava questo gesto estemporaneo rendendolo l’apostrofo necessario davanti a una vocale. I giocatori del Catanzaro, invece, soprattutto nel 1° tempo, ne hanno “offeso” l’eleganza e la sostanza, mostrandosi poco attenti alle dinamiche di una partita che – senza il pubblico a pompare adrenalina – richiedeva una scintilla emozionale ben differente.

Qui però finiscono i demeriti dei giallorossi. Perché – per il resto – il testamento olografo di un confronto tatticamente magistrale è firmato tutto Fabio Gallo. Che ha iniziato la sua personale exit strategy (totalmente voluta, peraltro!). L’uscita da un cliché di noiosa ridondanza schematica. Con la voglia di stupire, con il guizzo dell’estro. Sempre e comunque nella concretezza. L’estetica, ahinoi!, non ha pagato nemmeno nel Mondiale in Qatar. I due fenomeni (Mbappé e Messi) sono andati in finale. Supportati però da tanta diligenza (e umiltà!) in panchina, con Deschamps e Scaloni a modellare il prototipo dell’antidivo vincente. Gallo ha studiato, ha “letto” gli avversari. Li ha imbrigliati cambiando il canovaccio tra Coppa e campionato. È mancata la stoccata risolutiva, il passo ultimo che serve (assieme a un centravanti!) per abbandonare l’”euro” della mediocrità e coniare la nuova moneta del coraggio.

Ma l’idea di gestire l’imprevedibilità è un humus che va coltivato con calma. Lo scrittore nato in Marocco (a proposito: facciamo i complimenti ad Hakimi e soci, i Leoni dell’Atlante, l’unica vera rivoluzione in Qatar!) Driss Chraibi diceva: “La pazienza può far germogliare delle pietre, a condizione di saper aspettare”. Ebbene, l’attesa – forse – si sta esaurendo. Il Giugliano ha bussato, Gallo ha risposto. Con una… ripartenza. Exit strategy, l’abbandono della “comfort zone” che produceva una vaga sterilità e “raffazzonava” punti vitali ma appena incoraggianti. L’allenatore di Bollate ha deciso di percorrere la via del riformismo istituzionale, ha varato una bicamerale della fantasia applicata alla solidità. Ora, però, contro contendenti meno “opulenti”, ci sarà la prova del nove. “Chi s’accontenta gode… così così”, cantava Ligabue. Ecco… “godere così così” non è cosa da Foggia. Non è roba per la gente dello Zaccheria. Il mister l’ha capito. Per questo c’è stata la Brexit di Capitanata.