Formattare e ripartire, ognuno con il proprio ruolo
Voce del verbo “formattare”. Resettare. Scrivere su un foglio bianco. Canonico è già alla terza rivoluzione in 15 mesi. In principio fu il saluto (indelicatamente mai avvenuto peraltro!) a Marchionni per cavalcare l’utopia Zeman, scortato dal “fido” Pavone; poi ci fu il burrascoso addio al boemo e alla sua idea garibaldina di football per dragare i mari del pragmatismo ideologico (almeno sulla carta, dove è poi rimasto) di Boscaglia con la fattiva collaborazione di Belviso; infine – ed è cosa di pochi giorni fa – è arrivata la dolorosa presa di coscienza del fallimento dell’allenatore (accompagnato nel suo triste declino dal DS) e la decisione di affidare la squadra a Fabio Gallo e la struttura tecnica del club a Matteo Lauriola. L’ennesimo cambio di rotta, chiaramente obbligato, che rappresenta comunque un’assunzione pesante di responsabilità di fronte a una piazza sfibrata e sfiduciata. Il tempo delle giustificazioni è terminato. L’assenza delle curve in Coppa Italia è il segnale chiaro di un limite considerato oramai oltrepassato.
C’è dunque necessità assoluta di formattare. Ripartire da zero. Fin da Pagani e dalla Gelbison. “Ma – obietterà qualcuno – c’è poco tempo!” Due giorni bastano e avanzano. Lo ha detto Deian Stankovic nella prima intervista come mister della Sampdoria parlando della gara con il Bologna, prossimo avversario dei blucerchiati: “Sono solo due giorni di preparazione ma in un grande club bastano anche due giorni. (…) Dobbiamo responsabilizzarci tutti!”, ha dichiarato Deki, uno che chi vi scrive conobbe professionalmente – traendone un’impressione fantastica – quando aveva 18 anni e da capitano della Stella Rossa era approdato alla Lazio. «Responsabilità e orgoglio», le due parole chiave. “Dobbiamo sapere cosa andiamo a difendere perché l’orgoglio è una cosa importante, che non ha prezzo. Orgoglio della società, dei colori e il proprio, non ci deve spaventare nessuno”, ha sottolineato con fermezza uno degli eroi del «Triplete» dell’Inter. Senso di responsabilità e orgoglio: a questo sono chiamati i giocatori del Foggia. Oltre che alla sofferenza: “Chi non sa soffrire, non sa neanche gioire e vincere”, ha chiuso così il suo manifesto programmatico l’ex mediano serbo che ha parlato non di schemi ma appena (!) di atteggiamento e dedizione. Nessuno si aspetta dal match con la Gelbison una resurrezione tecnico-tattico ma una risposta comportamentale differente sì!
Toccherà quindi a Fabio Gallo rialzare le vele di una barca alla deriva. Come? Facendo le cose semplici. Foggia non può permettersi “scienziati” al servizio del proprio “ego panchinaro”. Quando Guardiola – che aveva scritto pagine indelebili nella storia del Barça – s’inventò una formazione senza difensori e punte, schierando Fabregas centravanti, la sua avventura al Camp Nou terminò senza appello! Gallo dovrà “(…) creare un sistema che renda i giocatori comodi, dove i giocatori si sentano a loro agio”, usando le parole di Carlo Ancelotti (mica “pizza e fichi!”). Dovrà però soprattutto stimolare la grinta dei suoi, creare un gruppo coeso e imprimere la sua impronta caratteriale: “Ogni tanto la squadra è lo specchio del carattere del suo allenatore”, ha affermato Stankovic nel suo primo giorno a Bogliasco, quartier generale della Samp. Ecco i tifosi si aspettano grinta, umiltà e organizzazione. Tagli, sovrapposizione e diagonali verranno in seguito.
E in tutto ciò, la società? E Canonico? A nostro modesto avviso, il presidente dovrà fare un passo indietro e non entrare – almeno per un po’ – nelle dinamiche di spogliatoio. Il rispetto dei ruoli è fondamentale e se si vuole “rinascere” occorrerà mantenere un profilo basso, silenzioso, a tutti i livelli della piramide Foggia. Anche a quello più in alto…