“Non a casa mia”… si riparte dalla difesa per ritrovare il Foggia
“Not in my house”, non a casa mia. Lo urlava in faccia agli avversari che stoppava Dikembe Mutombo, statuario ex centro della NBA! Era l’espressione più pura della difesa del territorio. L’area dei tre secondi è stata per anni il regno di Dikembe, che con ferocia “invernale” non permetteva a nessuno di spadroneggiare nella sua “proprietà”. “Not in my house”, non a casa mia. Il primo passo della rivoluzione di Boscaglia doveva passare necessariamente per la difesa della sua porta. Altrimenti un imprevedibile paradosso avrebbe agitato i sonni del presidente Canonico: aver giudicato eccessivamente “goliardica” la retroguardia zemaniana (fuori di metafora, non quadravano i conti nei gol subiti!) ed essersi ritrovato – pronti via – una squadra con 6 reti al passivo in appena 180’. Il mister di Gela ha cambiato subito rotta (un segno questo d’intelligenza), rivedendo in corsa un modulo che – vista la condizione atletica e valutate le caratteristiche di alcuni suoi interpreti – esponeva la mediana rossonera a frustranti rincorse nel deserto dell’inutilità.
Al Foggia si chiedeva di eliminare alcuni errori prima ancora di diventare squadra (il processo – forse – sarà più lungo del previsto), di fare quadrato, d’imporre nella “garra” la legge dello Zaccheria, di assecondare la rabbia di un popolo “incaz…” esattamente come Boscaglia dopo l’esibizione rintronata di Picerno. “Not in my house”, non a casa mia… lo ha ripreso nella sua autobiografia anche Giorgio Chiellini, l’ultimo prototipo di marcatore italiano, un highlander della scarpata decisa e decisiva, uno che aveva come modello Fabio Cannavaro, a proposito di miti in giubba e baionetta!
Si riparte dalla difesa, dunque, dalle poche (per non dire inesistenti) conclusioni concesse alla noiosa ma organizzata Virtus di Calabro. Si ricomincia dal motorino impennato di Odjer, il piede sul gas, con una porzione di campo però minore da coprire e governare. “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile”… ogni tanto si dice. Ma c’è qualcuno, e il piccolo Moses è uno di questi, che è «un po’» più utile di altri. Nessuno si offenderà: del resto, lo stesso tecnico ha ribadito di averlo fortemente voluto per la sua avventura in Capitanata! “Not in my house”… quell’area di rigore che aveva trasformato onesti interpreti della pedata in fulminee reincarnazioni di Mbappé e Håland è stata protetta finalmente a dovere, ripulita senza troppi fronzoli. Certo, gli effetti della strambata violenta del timoniere siculo andranno misurati contro avversari di qualità superiore e dal tasso dinamico più elevato, ma l’impressione è che – per ora – questa sia la soluzione più equilibrata. Chiaramente, si dovrà crescere (e tanto!) nel “dominare” le trame dell’incontro, nell’affondare i colpi quando dovuto, nel presentare una proposta tattica collettiva al momento ancora latitante, ma una cosa si può dire: vincere senza prendere gol è propedeutico per ridare convinzione a un gruppo tormentato da dubbi, insicurezze e pressioni. Quelle che solo una piazza meravigliosa ma istintiva come Foggia sa trasmettere…