Il Foggia ha ritrovato i cromosomi spettacolo del suo DNA

Il Foggia ha ritrovato i cromosomi spettacolo del suo DNA

Il DNA non si discute. Non è un fattore opinabile. È un cromosoma diluito nella materia. Allo Zaccheria come alla Dársena Sur, Buenos Aires, dove nacque il mito del River Plate. L’anima de la Banda si chiama Marcelo Gallardo, attuale tecnico dei millonarios, che dopo un River-Boca 2-0, semifinale di andata della Coppa Libertadores 2019, commentò: “Siamo una squadra che si prende il rischio di gestire le partite, a volte veniamo ricompensati e altre no. (…) Il mondo del calcio vede un River che gioca bene. Abbiamo giocatori che sanno giocare con convinzione partite come queste. Quando fanno loro questa idea di gioco e la rispettano, potranno anche soffrire, ma usciranno dal campo tranquilli per aver rispettato quell’idea di gioco. Potremo anche perdere ma non tradiremo noi stessi!” (tratto dal libro SuperClásico – Più di un derby, scritto da Federico Farcomeni e Roberto Colombo).

«La ricerca del bello per vincere e divertire» è la filosofia costitutiva di 120 anni di storia riverplatense. È un magma inarrestabile che rende fertile il terreno delle emozioni. Le stesse che i tifosi del Foggia hanno ritrovato in un pomeriggio di quasi primavera. Il Foggia non ha rescisso il cordone ombelicale con i suoi gameti. È tornato a imporre la sua idea. Questa è una piazza magnetica. Progetta calcio e lo elettrizza. Ha sopportato ogni tipo di stravaganza societaria per il solo gusto di preservare il suo metabolismo naturale. L’anomalia di un pragmatico girone di andata è stata sanata con una cinquina dai contenuti esaltanti. Sotto lo sguardo serafico di un condottiero coerente e monolitico. Il Maestro è l’unico che non ha mai abiurato il suo credo, nemmeno per contingenze estreme. Pure il pazdarán Guardiola ha rinnegato una volta il suo mantra (“Il mio centravanti è lo spazio”) chiudendo la finale di Champions 2021 contro il Chelsea con tre «9» contemporaneamente in campo. Lui che pure ai tempi del Barça aveva vaticinato una squadra senza difensori o attaccanti, ma solo centrocampisti!

I satanelli si stanno riappropriando della propria identità. Si scrive Foggia, si legge bel calcio. È nell’immaginario collettivo dei rivoluzionari di ogni dove. Contro il Catania, abbiamo visto l’espressione più nobile della restaurazione boema: organizzazione, talento e coraggio. Proprio Guardiola ha spiegato sinteticamente il suo dogma così: “È tutto molto semplice: se non hai la palla devi correre tanto, quando ce l’hai devi metterti dove dico io che poi la palla ti arriva”. Un po’ quello che è successo in occasione della prima rete a Petermann e Merola: l’uno feroce nella corsa e nel recupero della sfera, l’altro collocato là dove Zeman lo ha sempre reclamato e dove ha timbrato anche il 5° gol a un soffio dall’intervallo. Nel mezzo ci sono state le perle balistiche di Curcio, Ferrante e dello stesso Petermann che di bohemién hanno avuto l’ardimento nel provarci (il coraggio) e la qualità nel riuscirci (il talento).

Il DNA non si può modificare: nelle vene del Foggia scorre spettacolo, da quando Zeman accese la sua prima sigaretta in Capitanata. Già… il mister di Praga, l’uomo dallo scarno palmarés che però fa crescere i suoi ragazzi. “Il mio compito è quello di migliorare i giocatori”, ha dichiarato recentemente Abel Ferreira. Abel, chi era costui? Semplicemente il tecnico del Palmeiras che in due anni ha vinto due Coppe Libertadores, una Recopa sudamericana e una Coppa del Brasile. Uno con qualche “titulo”, al quale anche Mourinho si sarebbe “degnato” di rispondere. Forse…

1 commento

  • Articolo da gustare, come sempre. Grazie

    Prendo spunto dalla sua chiusura
    …. con qualche “titulo”, al quale anche Mourinho si sarebbe “degnato” di rispondere. Forse…

    Mourinho avrà anche 25 titoli, ma una scena in cui un proprio giocatore lo esorta ad alzarsi dalla panchina, lo abbraccia e gli dà un bacio sulla guancia come farebbe un figlio nei confronti di un padre, …..se la sogna.

    E poi il DNA non mente: “Special One”, anche quando si tratta di non avere rispetto per un collega.
    Mi piacerebbe vedere i due allenatori all’opera a parità di valori in campo, e comunque ZZ alla Roma mi sembra che abbia fatto molto meglio di Mou Mou.

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