Burgnich, il suo Foggia e l’eccezionale normalità
Non era facile entrare nel cuore dei tifosi dopo i fasti di Zemanlandia, eppure Tarcisio Burgnich da Ruda, paesino nell’udinese, detto “la Roccia” per evidenti e facilmente intuibili motivi, riuscì ben presto a risvegliare quella passione rossonera un po’ assopita dalla retrocessione in serie B e da una prima parte di stagione, quella che doveva riportare i satanelli nel maggior campionato italiano, rivelatasi fallimentare.
Era la stagione 1995-1996, il Foggia annoverava ancora nella sua rosa alcuni di quei giocatori che pochi mesi prima calcavano i campi più importanti della nostra Penisola, basti pensare a Pierpaolo Bresciani, Igor Kolyvanov, Paolo Mandelli, David Bianchini, Beppe Di Bari, a cui si aggiunsero giovani di talento come Andrea Zanchetta e Massimo Marazzina, entrambi scuola Inter.
Alla guida un allenatore che avrebbe raccolto tante soddisfazioni nel corso della sua carriera, un ex calciatore rossonero, un tifoso del Foggia, Delio Rossi.
Ma fu una stagione sfortunata per lui, tant’è che a 13 giornate dalla fine, e dopo figuracce inenarrabili come lo 0-5 casalingo contro il Brescia, il Foggia, che rischiava seriamente la doppia retrocessione in 2 anni, cambió guida tecnica.
Non fu un semplice avvicendamento perché se con Delio Rossi si cercò di non tradire il credo calcistico zemaniano, con il nuovo allenatore, Tarcisio Burgnich, si tornò ad un calcio più sobrio e concreto, meno estetico e più “pratico”, insomma la fotografia del nuovo allenatore.
Quell’anno si mantenne senza patemi la categoria, fu un mezzo miracolo perché la stagione sembrava compromessa, l’anno successivo con una squadra ridimensionata, ma che annoverava tra gli altri elementi di prospettiva come Vincenzo Chianese, David Di Michele, Jonas Axeldal, oltre a Beppe Brescia, Robert Englaro, Lennart Bak, Beppe Colucci, Massimiliano Tangorra, Giovanni Tedesco, si confermò la stessa posizione in classifica dell’anno precedente, togliendosi anche qualche soddisfazione come la vittoria casalinga contro quella Salernitana che si accingeva soltanto l’anno successivo a stravincere il campionato.
Insomma, impresa ardua entrare nel cuore di un tifoso, quello foggiano, che ha visto il 4 3 3 spudorato di Zeman, in parte di Catuzzi, e soltanto sulla carta di Delio Rossi.
Ma la personalità della Roccia, la sua straordinaria normalità ha fatto breccia nei cuori. E anche se i risultati dei due anni dell’era Burgnich sono stati due apparentemente anonimi undicesimi posti, quella squadra fatta di uomini e condotti da un leader per bene e amato trasversalmente dall’Italia intera per le sue gesta con la maglia azzurra (Messico 1970 su tutti con quella straordinaria partita contro la Germania terminata 4 a 3 con il gol del momentaneo 2 a 2 della stessa Roccia) non è caduta nell’oblio.
Foggia deve molto a Burgnich perché in un contesto societario burrascoso (erano i tempi dell’autogestione) il mister riuscì a trasmettere quella serenità necessaria per lavorare al meglio.
Poi una scellerata decisione frutto di una ricerca di miope nuovismo fece sì che Tarcisio Burgnich ricevesse il benservito dal nuovo ds Giovanni Galli che gli preferì l’esordiente Mimmo Caso ex allenatore della Lazio Primavera.
Con quell’annus horribilis si mise la parola fine al decennio più fortunato e ricordato della centenaria storia foggiana, ma non c’è dubbio che con la Roccia alla guida tecnica la favola non sarebbe certo finita così.
Tarcisio Burgnich, l’antidivo che parlava coi fatti, tipico della gente friulana, riuscì insomma nell’impresa di entrare, con la sua eccezionale normalità, nel cuore dei tifosi foggiani e per questo il suo ricordo resterà indelebile tra le pagine più importanti della lunga storia del calcio rossonero.