L’umiltà è il confine tra vittoria e sconfitta, è un filetto di manzo tagliato a pezzettini…

L’umiltà è il confine tra vittoria e sconfitta, è un filetto di manzo tagliato a pezzettini…

Se avesse percorso l’epoca social, l“umilté” di Arrigo Sacchi sarebbe divenuto un “meme” immortalato nei video di Tik Tok. L’umiltà ha rappresentato, infatti, le stimmate del rivoluzionario tecnico di Fusignano perché è il filo che collega la fatica alla vittoria. L’umiltà è un principio di vita che ha celebrato anche il più grande di tutti: Edson Arantes do Nascimento, più semplicemente Pelé. “O Rey” è stato eletto atleta del secolo XX e con lui il futebol è divenuto un fenomeno planetario. Ebbene, chi lo ha conosciuto ne ha esaltato le meraviglie tecniche, i prodigi fisici, la genialità di pensiero, ma soprattutto ne ha evidenziato gli esempi d’umiltà. Il suo compagno di nazionale Rivellino ha raccontato in un’intervista che durante un ritiro con la Seleção fu servita a tavola una carne di manzo immangiabile per la durezza: tutti mugugnarono e si aspettavano che “O Rey”, all’epoca già due volte campione del Mondo, protestasse. Lui invece prese il coltello e tagliuzzò la carne rendendo i minuscoli pezzi di bife masticabili: Rivellino lo guardò ammirato e si astenne dai commenti sul cibo. “O Rey” non si lamentava mai, né per un cuscino inadatto o per uno scarpino imperfetto, né per un pallone sgonfio o per un letto scomodo. Pelé era Pelé perché “(…) Dio è stato assai generoso nel donargli talenti” – come ha detto lo stesso Rivellino – ma anche perché lui questi doni li ha coltivati nella più religiosa umiltà. Che poi identifica spesso la linea di confine tra il successo e la sconfitta. Prendiamo il caso di Catania-Foggia. Da una parte c’è stata la squadra etnea che – malgrado avesse due risultati su tre a disposizione – ha peccato di presunzione riversandosi nella metà campo avversaria come se dovesse condannare le truppe straniere alla disfatta di Waterloo; dall’altra, invece, c’è stata la formazione rossonera che si è presentata con un piano strategico preciso, ha saputo soffrire e ha punito la spregiudicatezza e le carenze strutturali dei rossazzurri. Si potrebbe dire: il Foggia era meno attrezzato e così doveva comportarsi. Vero! Ma con umiltà – e partendo non da sfavorito – ha giocato anche il City di Guardiola nella semifinale di Champions con il PSG: l’obiettivo era chiudere gli spazi a Mbappé (almeno all’andata quando Kylian era in campo) e Neymar portando pressione ma pure “rinculando” se necessario. Detto fatto e i Citizens si sono guadagnati la finale. Per il Foggia arriva adesso il derby con il Bari, un avversario da temere (perché ferito da un torneo deludente!) e rispettare, un confronto da affrontare con sagacia e lottando su ogni pallone – anche il più inutile – come fosse l’ultimo. Alla stregua di ciò che fece un “ragazzino” di 36 anni dai capelli rossicci, plurimilionario, con una carriera leggendaria alle spalle e con una schiena a pezzi in un match del Dream Team USA di basket a Barcellona ‘92: si tuffò letteralmente fuori dal campo rischiando l’incolumità fisica per recuperare una palla malgrado il match fosse agli sgoccioli e il successo oramai in cassaforte… Quel ragazzo si chiamava Larry Joe Bird ed è stato uno dei più straordinari cestisti di sempre. Uno che ha costruito il suo mito con mentalità, sudore e una riserva inesauribile di umiltà, la stessa che ha trascinato il Foggia sulla via del San Nicola… e scusate se il paragone può apparire un tantino irriverente!

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