È finito appena il primo tempo
La rabbia, le ruvide sensazioni, gli umori… coltivati nella solitudine di una massa che si è sentita offesa. Oltraggiata nel suo pudore più infantile. Quello di credere nella purezza del giocattolo calcio. Entriamo subito “a bomba”. Capitolo uno. La direzione arbitrale è stata “eufemisticamente” discutibile. Soprattutto è arrivata la certificazione del «rischio» VAR più grande: quello di vedere un fischietto dimettersi dal suo ruolo di “direttore di gara”. La tecnologia è stata mal digerita da chi la governa oramai usualmente, figuriamoci da chi non l’ha mai sperimentata. Come le giacchette (una volta) nere di Lega Pro. Che sperano nel VAR ma poi sostanzialmente lo “rigettano”. Capitolo due. L’opportunità della designazione. Andava gestita con altri criteri, per togliere anche solo quel dubbio diventato poi un tarlo insolente che ci accompagnerà sino al match di domenica prossima. A corollario di quanto detto, una squalifica “sanguinosa”: Costa non ci sarà a Lecco. L’eredità tecnica più pesante di una serata “cupa” come i cieli di Capitanata in questo giugno lunatico e arrogante.
Eppure… “Niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così”, cantava Ligabue. Nulla di più vero! Si è giocato appena un tempo. Manca ancora il secondo. Da affrontare come piace ai Delio boys. Nella sofferenza e nella rincorsa. Nel culto dell’improbabile e dell’imponderabile. Contro avversari e cronometro. Perché se una cosa ci hanno insegnato questi epici playoff, che hanno attraverso l’intero emiciclo dei generi letterari mondiali (dalla tragedia greca alla Chanson francese, dal “don chisciottismo” spagnolo al Romanticismo inglese ispirato da “fantasia e sentimento”), è che i rossoneri danno il meglio quanto sembra tutto finito. Quando l’ansia attanaglia il cerebro e le gambe. Anche con il Lecco (così come era accaduto allo Zaccheria con il Pescara) l’immediato vantaggio ha sparigliato le carte e paradossalmente saturato il quoziente di adrenalina dei ragazzi di Rossi. Ed è appena quando si è tornati ad assaporare il gusto della rincorsa (cioè a inizio ripresa!) che il cuore dei satanelli ha ripreso a pompare ossigeno ed energia. Ecco, in terra lombarda servirà un’altra impresa. Non leggendaria come quella con il Cerignola, né aristocratica come quella di Crotone e nemmeno rivoluzionaria come quella dell’Adriatico Cornacchia… semplicemente un’altra partita «dall’Inferno al Paradiso». Con un quoziente di difficoltà inferiore rispetto alle sfide precedenti ma con la solita, oramai inalienabile, sindrome da “underdog” (termine mutuato dal gergo sportivo anglosassone), da sfavorito, da chi ansima in cerca di gloria e onore al cospetto di un universo che rema contro. Uno status mentale che ti fa rendere il doppio perché “no hay mañana”, non c’è domani!
A Frigerio e soci non “eccita” l’idea di padroneggiare il gioco, imponendo classe e cultura della “sacra pedata”. Quando possono farlo in tranquillità (come pareva dopo il vantaggio di Leo) cadono tra le braccia di Morfeo, si addormentano in una normalità dal limitato spessore agonistico. La curva glicemica dell’ardore s’impenna però nel momento in cui la squadra comincia a masticare il fiele della paura. Allora sprizza coraggio, spensieratezza, razionale aggressività e un’innaturale presupponenza. Per informazioni chiedere alle vittime rossonere di una post season che – comunque vada a finire – avrà scritto una pagina indelebile nella memoria del popolo foggiano. Una nazione che si è ritrovata finalmente unita e compatta, che ha allontanato lo spettro del perbenismo da “tribuna vip” ed ha indossato la corazza del gladiatore. A Lecco andranno in campo il Foggia, la sua gens, il suo orgoglio. Ci sarà ancora una rimonta da completare. Di nuovo il mondo si trasformerà in nemico. Per l’ennesima volta occorrerà convincere il Fato a “impicciarsi” delle umane disgrazie. Si torna in campo. Per l’ultima battaglia.
Cross di Garattoni, testa di Ogunseye… chissà se qualcuno crede pure al potere del karma!