Anatomia di un tifoso perduto…

Anatomia di un tifoso perduto…

Alea iacta est… il “dado è tratto”. Si gioca il 14 maggio. Contro chi saranno gli scontri del primo turno a dirlo. Nel segreto del lavoro, Delio Rossi e il suo staff stanno preparando l’«ultima legione» alla battaglia campale dei playoff. Dove non si faranno prigionieri. Dentro o fuori. È il narcisismo di una lotta che non conosce pause o incertezze. Nella quale c’è però un fattore da considerare: il tifoso. Lo scorso anno – con tutto il rispetto per Baldini e la squadra – fu la mistica del Barbera a trascinare il Palermo in serie B. L’urlo mai strozzato. Un’arroganza ritrovata. La stanchezza delle corde vocali. Era come giocare a San Siro o al Maradona nelle notti di Champions. Ascoltando una sinfonia di… “centomila voci che hai fatto innamora’”, alla stregua di quanto recita l’inno della Roma cantato a squarciagola dall’Olimpico giallorosso.

E allora una riflessione sul popolo rossonero vogliamo proporla. Sommessamente, senza indossare i panni di Catone il Censore ma partendo dalla considerazione fatta da mister Rossi (dopo la quaterna rifilata alla Turris) sull’aiuto dagli spalti nei momenti di difficoltà. La frase impregnata d’amore del tecnico (che questa maglia la porta tatuata nel cuore, sin da quando prese il primo treno da Rimini in direzione Capitanata!) ci dà uno spunto per allargare il discorso. Il tifoso del Foggia è unico. Attivo, informato e a volte pure presuntuoso. Chi vi scrive ha imparato a conoscerlo e apprezzarlo. Ed ha anche provato a raccontarlo al mondo “là fuori”. Mai giudicare Foggia e la sua gente senza prima aver vissuto Foggia e la sua gente. È un principio di assoluta pulizia morale. I commissari se ne vanno, i “nostri” tormenti restano. C’è però una fede. Quella rossonera. Che unisce. O almeno così dovrebbe essere. Forse però non lo è più. E il punto è proprio questo. Il Foggia è il Foggia. È l’impeto dell’irrazionalità. È l’apogeo dell’ingiustizia emozionale. È l’imponderabile. È il karma, la nemesi. Semplicemente è il Foggia!

Il suo popolo però è cambiato. Si è sfibrato. Ha smarrito l’anima della sua stessa radicalità. Sta diventando aristocratico. Ovviamente non ci riferiamo alle Curve. Lì c’è l’antropologia Ultras che non mente. Pensiamo invece alla diaspora del senso di appartenenza. È scomparsa quell’empatia frenetica che scuoteva dalle Croci a Macchia Gialla. Eredità del Covid? Certo, lo Zaccheria non è più lo stesso dopo la pandemia. Ma in questo non c’è differenza con il resto d’Italia. Colpa di una crisi che ha minato tasche e sicurezze? Forse, pure lì però vige la regola del “mal comune mezzo gaudio”. E allora? I social e le chat hanno contribuito fortemente a disgregare l’ambiente foggiano, creando i “mostri” (altro che leoni!) da tastiera che sputano sentenze senza nemmeno indossare una toga! Che spesso tracimano in maniera incontrollata come le acque del mare dopo un’onda tsunamica. Ma che allo stadio latitano, preferendo i comodi salotti del giudizio protetti da “nickname” spesso fasulli.

La gente di Foggia, quella “vera” è altra roba! Soffre ma non molla. Pure in silenzio… del resto come scriveva Giacomo Leopardi: “Il silenzio è il linguaggio di tutte le fonti, le passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore”. La realtà, almeno quella che noi percepiamo, è che le vicende legate all’ultima retrocessione in serie D (che in altre piazze, da Bari a Catania, hanno trasformato la rabbia in sete di rivincita) hanno fiaccato anche le residue forze del popolo rossonero. Che essendo rimasto scottato preferisce – almeno in parte – fidarsi più delle Cassandre che dei seppur fiochi segnali di speranza. Che si è legato più alle persone che ai colori. Che ha sposato tesi e smesso di ansimare per l’acquisto di un biglietto. Che vede bilanci e non partite! La torcida del Foggia fatica a ritrovarsi nell’orgoglio di una fede. Il Foggia non è di Canonico, come non lo era di Felleca e Corda o della Pintus. E nemmeno di Zeman e Pavone. Eppure oggi ci sono guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti. Ah, che rimpianto per quegli anni in cui ci si divideva tra “dezerbiani” o “stroppiani” ma lo Zaccheria – che pure blaterava alle “follie” di Guarna sotto la Nord – tremava di passione! Poche stagioni fa. Un’eternità! Il Foggia non è più uno solo. Questa è nostra la conclusione. Del tutto personale, magari non condivisibile. Ma certamente carica di rispetto e non infettata dal virus ideologico dell’acrimonia a prescindere!