L’alba di un nuovo giorno

L’alba di un nuovo giorno

Sarà, sarà l’aurora… Eros docet! È stata l’ennesima ripartenza. Un altro debutto stagionale. A Messina nessuna cura miracolosa. Le capacità taumaturgiche di Delio Rossi andranno valutate nelle prossime settimane. Al Franco Scoglio si è assistito appena al ritorno di una squadra in campo. Undici giocatori, magari dodici. Non di più. Eppure il Foggia ha corso sino alla fine. Le assenze erano tante (più che in altre occasioni), ma non sono state un fattore. Merito del nuovo tecnico? Sicuramente il mister c’era. Era presente negli sguardi, prima e durante la partita. Ha avuto il peso roccioso di uno che sa decidere. Che non aspetta soffiate. Nessuno sa cosa accade nelle segrete stanze degli spogliatoi, i toni adottati, le parole dette e quelle taciute, le vibrazioni emesse. Ecco, Rossi è stata una scossa. E pure un monito. La festa della noncuranza è finita.

Questa è una piazza che forma atleti ad alto tasso di robustezza. È ambiente che lascia in eredità calciatori veri. Di carattere. Luca Ranieri non aveva paura. Era un “aquilotto” cresciuto a La Spezia ma sdoganato dalla Primavera della Fiorentina. Giunse a Foggia nell’anno horribilis della retrocessione in Lega Pro (e poi del fallimento). Fu gettato nella mischia contro il Benevento al Vigorito. E nel primo scontro andò “muso a muso” con Gaetano Letizia, capitano e “anima” della Strega. Non temeva nulla. Oggi è di nuovo gigliato e milita a pieno titolo in serie A. Luca aveva una concentrazione famelica e la grinta in purezza. Ciò che è mancato a tutto il gruppo Foggia nelle ultime settimane. Non a Messina, dove peraltro – a parte il gradito ritorno di uno scaltro e parsimonioso fuorigioco, segno di un baricentro spostato qualche metro più avanti – il tecnico riminese è intervenuto con il contagocce. Nel metodo e nel sistema. Ha profuso sapienti energie soprattutto nell’indicare la strada. Il sentiero tortuoso da percorrere. Ha trasmesso un’idea che ha la forza di una sentenza della Cassazione: a prescindere da chi ti guida, c’è un popolo da rispettare, ci sono dei colori da rappresentare con orgoglio, fatica e applicazione. E c’è una professionalità da elevare a potenza proprio quando la situazione si complica.

La risposta è arrivata dal Franco Scoglio. Abbiamo visto umiltà nella sofferenza e lucidità nelle letture di gioco. C’era chi paventava una catastrofe fisica. Una formazione vicina al collasso prestazionale. Invece, il Foggia ha mantenuto ritmi elevati. Perché a fare la differenza è sempre e comunque la testa: “Il calcio si gioca con la testa. Se non hai la testa, le gambe da sole non bastano”, sosteneva Johann Cruyff. Come dargli torto. Il tappeto verde è un giudice implacabile con chi è reo confesso di “deambulazione svogliata”. Come è successo contro il Monterosi. Boskov avrebbe detto: “In campo sembravamo turisti. Con la differenza che per entrare allo stadio non abbiamo pagato il biglietto”. Vuja aveva esperienza, saggezza e polso fermo. Oltre che una buona dose di spirito e ironia. Un po’ come Delio Rossi, l’ultima chance (e sarebbe delittuoso gettarla al vento!) di un Foggia ancora alla ricerca della ricetta contro la “schizofrenia”. È l’alba di un nuovo giorno sotto i cieli di Capitanata…