Quelli tra palco e realtà…
Il Liga lo cantava, erano quelli tra palco e realtà. Gli attori però sono a riposo. Si sente un’ineludibile, insopprimibile voglia di attualità. Perché del recente passato è piena la bisaccia dei rancori. Il Foggia merita un’iniezione di lucidità. E calma, magari con un po’ di sangue freddo, pensando sempre in musica… Mira adelante Foggia, guarda avanti! “I perdenti trovano scuse, i vincenti trovano soluzioni”, lo diceva Michael Jordan. Uno che ha costruito il suo mito sui… fallimenti. “Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto. Il fallimento ti fa lavorare più duramente”. La gente di Capitanata ha rivisto la fine. Per l’ennesima volta. L’ultimo atto di una nuova commedia dell’incredibile. L’allenatore che se ne va quando è quarto. Ma non è questo il punto. Non vogliamo tornarci ancora. Perché le analisi sono già state esaurite, come le parole.
È invece tempo di prendersi sulle spalle la concretezza e puntare il faro sul presente! E su quanto c’è. Il tifo organizzato ha risposto come sa dopo la vittoria di Andria. Non era tanto il successo in un derby, che pure conta nella matematica dei sentimenti, ma l’assoluta necessità di lanciare un messaggio chiaro al popolo rossonero! Che a volte s’aggrappa troppo ai salotti “social” per trovare sponda alle sue idee, per costruire opinioni supportate da pathos e frustrazioni. Da giudizi incostanti come il bollettino meteo di marzo. Il sogno resta il motore della speranza, soprattutto in una terra devastata da inchieste e lugubri cartoline di rassegnazione. Tutti si auspicherebbero lo sceicco di turno o il magnate al profumo di vodka. Che però all’orizzonte non esiste. Il tifoso non s’accontenta. Cosa legittima, anzi indispensabile per combattere inedia o sazietà da pallone. Ma per chi esercita la critica, c’è da giudicare il presente. Che magari non soddisfa ma che è l’unica “certezza”. Una voce equilibrata è quella che stimola, non combatte; che valuta, non dispensa sentenze. E soprattutto che sa cambiare idea.
Il paradigma di tutto ciò si chiama Roberto Ogunseye. Non è il prototipo del bomber raffinato, di quelli che fanno cantare il pallone. L’eleganza nel controllo non fa parte del suo repertorio. È però cresciuto, è divenuto anche efficace. È umile, rispettato dai compagni che in lui vedono il “gigante buono”. L’immagine del Supereroe, di quelli che “(…) camminerò a un passo da te, e fermeremo il vento come dentro gli uragani” parafrasando la lirica di Mr Rain sul palco di Sanremo. Magari non raggiungerà le vette qualitative di Iemmello o Mazzeo, tanto per citare due che esaltarono l’afición dello Zaccheria, ma è comunque il centravanti di un Foggia che sta lottando – nonostante un altro stop alla casella degli “Imprevisti” – per corrispondere all’amore della sua gente. Ha griffato l’1-0 di Andria e indossato i panni del gregario con la Viterbese (per inciso: onesta formazione, ma non proprio quello spauracchio dipinto alla vigilia). Il ragazzo di Mantova è l’oggi. È l’emblema di una formazione “nobilmente operaia” che – incredibilmente (se si pensa a settembre!) – si è arrampicata sino al 3° posto. È poco? Forse. Si deve chiedere, anzi pretendere, di più? Sicuro, lo abbiamo già scritto 15 giorni fa dopo la sconfitta con la Juventus Next Gen (quella sì una gran squadra!). Però attenzione alle “trappole del tutto e subito”. Perché noi quell’inquietante 0-0 di Agropoli non riusciamo proprio a dimenticarlo!