Nessun vincitore, un solo sconfitto: il popolo rossonero!

Nessun vincitore, un solo sconfitto: il popolo rossonero!

ET… Telefono casa. Lui non capirebbe. Noi facciamo fatica. La “tre giorni” del ribaltone. Vincitori o vinti? Non c’è traccia. Sconfitti? Solo uno. Il popolo rossonero. Comincia però a diventare una seriale abitudine. L’unica certezza? La solitudine del tifoso. Con la maglia che gronda amore. Gallo si è dimesso adducendo le sue motivazioni. Ne abbiamo percepito la sofferenza ma non ne abbiamo capito i tempi. Poteva creare un fortino. Solo con i suoi ragazzi. E la gente che ne apprezzava pragmatismo e numeri indiscutibili. Contro tutti, soprattutto contro la spada di Damocle dell’ingiusto esonero più volte evocata nella conferenza del “giorno dopo”. Il mercato era chiuso da settimane, gli svincolati rischiavano di diventare un esercizio d’inutile fantasia. Poteva continuare a fare ciò che gli riusciva meglio da mesi: vincere. La media punti del tecnico di Bollate non è sindacabile e ci è parso poco appropriato – da questo punto di vista – il tentativo del presidente di “minimizzare” l’opera del mister, che invece ha trasformato una ciurma vicina all’ammaraggio in un equipaggio di pirati d’assalto. La sua avventura sarebbe finita magari ad Andria? Bene: avrebbe meritato l’uscita di scena con diritto al “pasillo de honor” o alla “vuelta olimpica”, quella che si concede ai trionfatori. Però ha deciso diversamente. Ha rinunciato al suo lavoro, come ha ribadito con voce quasi emozionata. E le scelte vanno comunque rispettate, anche quando non condivise. È un principio basico di civiltà.

Certo, una considerazione la facciamo. Nell’era Canonico mai si è creata un’empatia totale tra proprietà e allenatore. Per motivi caratteriali con Zeman, tecnici con Boscaglia. Per la sintesi di entrambi con Gallo. E le ultime dichiarazioni dei due protagonisti di questa “singolar tenzone” hanno descritto una situazione – almeno dall’uscita di scena del DS Lauriola in poi – non esattamente idilliaca. Il problema è che senza unione d’intenti, corroborata da stima e rispetto reciproco dei ruoli, non si va molto avanti. Secondo Gallo il peccato originale è il fatto di non essere stato “portato” da Canonico, per il patron il suo ex “capitano” ha abbandonato la nave solo per problemi contrattuali. Un vicolo cieco che rimanda ancora – e non è la prima volta negli ultimi anni in Capitanata – a una guerra tra “guelfi” e “ghibellini”, tra Capuleti e Montecchi, con un’unica (e sempre la stessa!) “condannata” a morte: la passione dei tifosi.

Gallo però è già storia. Quasi una sentenza in lingua spagnola, idioma che usa il passato remoto appena un secondo dopo il compimento di un’azione. “Todo yá pasó”. È già tutto finito. Tocca adesso a Mario Somma, il terzo condottiero in questo tormentato torneo. Nessuna richiesta da parte sua, solo un “grazie” per l’opportunità di tornare in campo passando per una porta che pareva oramai sprangata. Per il momento è tutto. Per i giudizi, come sempre, ci sarà il campo a decretare successi o insuccessi. Anche se l’affaire Gallo ha dimostrato che da queste parti, per stare tranquilli, non basta neppure un promettente quarto posto!