Un tiro mancino, tra le PEC e la balistica di Costa…

Un tiro mancino, tra le PEC e la balistica di Costa…

Torniamo a occuparci di campo. A fatica, nell’assuefazione a un destino maldestro che si accanisce su di una tifoseria oramai vilipesa persino nei sogni. È stata la settimana delle PEC, di nuovo, pervicaci, intramontabili. “Diamo seguito alla manifestazione d’interesse”, un «intro» ciclicamente ripetuto in un burocratese che alla gente non piace. Perché nella mente del popolo pallonaro ci sono soltanto quelle “(…) partitelle senza regole sotto casa che finivano ai rigori su una serranda chiusa”, come scrivevano i Tiro Mancino nel testo della loro “Domenica”. E ironia di un vocabolario che si diverte a creare sinergie di termini, proprio di mancini vogliamo parlare. Ovviamente non del Diez, il «10», Leo Messi, lui è lì ai Mondiali (e ha già il suo cantore!). Molto più banalmente pensiamo ad altri “sinistri”. Che non sono i presagi sul futuro del Foggia o gli incidenti di un percorso costellato di malinconia, ma la chiave di analisi di una squadra tutta sbilanciata proprio a… sinistra.

Per carità, sgombriamo subito il campo: non c’è nulla di politico o ideologico. Solo il frutto di quanto visto sinora sul terreno di gioco. Perché l’essenza del gioco rossonero passa per il piede canhoto di Filippo Costa. Una percentuale debordante d’incisività per il ragazzo che si consacrò alla Spal, che condivideva corse parallele con Manuel Lazzari, suo amico sin dai tempi della storica promozione degli estensi in serie A dopo 49 anni. Costa è il «10» dei rossoneri. È l’inventore di traiettorie micidiali su cui l’asfittico attacco dei satanelli ha costruito molte delle sue “non troppe” fortune. Nell’abulia cosmica di mezzepunte ed esterni, la baracca offensiva si regge sulla balistica dell’esterno di Noventa Vicentina, il cui estro non è stato spesso premiato dalla perizia di chi doveva finalizzare. Il mancino di Costa è tagliato, quello di Petermann più classico, elegante, aristocratico. Il rendimento di Davide, sinora, non è stato lo stesso del passato torneo, ma comunque il «25» di Gallo è il capocannoniere della squadra con tre reti, le stesse di Vuthaj, altro esponente del partito di esquerda, che però – forse – non è il centravanti ideale per il mister di Bollate. Ci si aspettava di più da Peralta, il cui sinistro poteva (e doveva) illuminare lo Zaccheria. Lo attendiamo ancora dopo alcune scintille (il numero di Viterbo, la “carezza” vincente con il Cerignola) perché Dieguito è stato preso per far innamorare, magari senza trascinare. Ma si sa… el diez è spesso anarchia allo stato puro senza la rigidità caratteriale che esalta un vero leader.

Chi rappresenta la nobile umiltà del piede invertito è Nicolao, due reti all’attivo, impiegato quasi sempre a destra, a surrogare Garattoni nel moderato «turn over» di Gallo. Giuseppe è professionalmente perfetto. Mai uno sgarbo all’educazione, mai un accenno polemico anche quando (lo diciamo sommessamente) probabilmente avrebbe meritato di giocare di più. Il gruppo prima di tutto. E il sorriso di chi contro il Palermo, nella passata stagione, s’inventò uno slalom alla Cafú. Chiudiamo la rassegna con Di Noia, l’architetto del pressing foggiano, Peschetola, la giovane speranza, e Rizzo, da “motorino” di fascia a braccetto di difesa, a segno contro l’Andria dopo un oscuro e minaccioso (per la pazienza della torcida rossonera!) primo tempo. Insomma, il Foggia pende a sinistra.

Del resto il mancino è arte, è sublimazione. È una folgorazione. Come John McEnroe. Chi vi scrive lo vide battagliare, già in fase calante di carriera, con lo svizzero Mezzadri sul Centrale del Foro Italico a Roma, ai quarti degli Internazionali d’Italia di tennis del 1987! Una volee stoppata il manifesto della sua grandezza. La sua irascibilità, un “trascurabile” dettaglio. Lo definirono “Poetry in motion”, poesia in movimento. Era quella l’anima dello sport. Altro che PEC e ipotetiche manifestazioni d’interesse…