Pazienza e ambizione, tesi o antitesi?
“La pazienza è amara ma il suo frutto è dolce”. Jean-Jacques Rousseau, filosofo vissuto nel XVIII secolo, esprimeva così la sua idea su di una virtù che è “(…) la chiave del Paradiso”, secondo un proverbio turco, ma che è praticata con parsimonia e riluttanza. Tutto e subito: è questo il mantra. Che trova un consenso quasi endemico nel mondo del calcio, dove il rapporto con il risultato è divenuto pressoché ischemico. Normale, si direbbe… il campo è sovrano. Il tappeto verde regola umori e determina l’alba e il tramonto di un’avventura. La domanda però “sorge spontanea”, prendendo in prestito la frase cult di Antonio Lubrano: pazienza e risultati sono davvero così antitetici? Si può essere ambiziosi e contestualmente saper aspettare? Secondo alcuni presidenti, forse no… se si considera che in serie A sono saltate due panchine dopo appena tre giornate. Per i tifosi il discorso è diverso. Per costituzione, la gente è umorale, si confronta con il football in maniera appassionata. Non si distingue per l’equilibrio, vuole vincere e sale con impressionante facilità sull’ottovolante delle emozioni. È legittimo! Il tifoso, però, può anche essere educato e portato alla riflessione.
Tuffiamoci allora nel mondo Foggia, nelle sue perenni inquietudini, nelle ansie di un avvio di torneo a strappi con qualche luce e parecchie ombre. L’appello alla pazienza è ricorrente e noi riflettiamo: è giusto chiedere ancora pazienza al popolo rossonero, sfibrato negli anni da continui saliscendi di umore alimentati da proclami spesso “inutili e retorici”? La nostra personalissima risposta è “Sì”. Lo dicono i fatti. In primis, la scelta di Zeman e Pavone. Spesso si fa confusione sulla missione quater del boemo di Praga. Lo stesso presidente Canonico che ha chiesto fin da subito il “divertimento” ha detto poi che dopo i suoi sforzi si aspetta dei risultati. Come è giusto che sia! È peraltro lo stesso status di Zeman che impone il pensiero della vittoria, della riconquista di una «B» appena assaporata nell’era Sannella. Ma per tornare in cadetteria serve una costruzione minuziosa, un’attitudine mentale non semplice da ottenere. È qui la chiave della necessità di avere pazienza! Cambiare modulo non è complicato, lavorare sulla testa e sulle abitudini è ben più arduo. Pensare calcio in maniera dinamica e collettiva è operazione che richiede applicazione, volontà e tempo. Trasformare l’illuminato individualismo di Rocca e Curcio, finiti sul banco degli imputati a Latina, in un cameratismo tecnico al servizio della squadra richiede un’attesa maggiore proprio perché a cambiare è l’idea non il semplice schema. Spiegare agli esterni che il taglio è preferibile al “palla a me” è concetto più difficile perché si scontra con la logica vigente del piede invertito e dell’interpretazione orizzontale di un ruolo divenuto sin troppo statico. E lo stesso discorso si può fare con i centrali di difesa e con il regista a cui è chiesta più la velocità di testa e di gambe che una compassata “occupazione” della mediana. Per questo occorre pazienza, che non significa rinuncia alla critica (a Latina sarebbe bastato un pizzico di pragmatismo in più per portare a casa i tre punti!) o al pensiero della vittoria, ma vuol dire semplicemente attendere lo sviluppo naturale delle cose. “Confiança no trabalho”, fiducia nel lavoro, ecco cosa serve: almeno questa – secondo noi – a Zeman va accordata!
2 Commenti
Complimenti al giornalista Limardi!! Sempre interessante leggerlo o sentirlo!! Fiducia illimitata in Z. Zeman Pavone e la Società( dott. Canonico)
Complimenti al sig. Gianpaolo limardi.
Bellissimo articolo.