Zeman, il lavoro e la fatica: un impero su cui non tramonta mai il sole…
Impazza l’Italia mania, dilaga la febbre di Wembley, risorge l’orgoglio vilipeso nella notte buia di San Siro contro la Svezia. La dignità è salva, e un pensiero torna a 25 anni fa. Ancora l’Inghilterra, ancora gli Europei: l’Italia è vice-campione del Mondo dopo il ko con il Brasile a Pasadena nel ‘94. Sulla panchina azzurra c’è sempre Sacchi che non convoca Baggio, Vialli e Signori. Sarà il canto del cigno del profeta di Fusignano. L’Italia esce al 1° turno, perché il CT decide di fare turn over nella seconda partita con la Rep. Ceca dopo la vittoria 2-1 con la Russia, togliendo – tra gli altri – Gigi Casiraghi, autore della doppietta che aveva deciso la gara d’esordio. Il bomber era giunto all’appuntamento continentale tirato a lucido, come mai in carriera. Il merito? Di un certo Zdenek Zeman, suo tecnico alla Lazio. Quando soffiava il vento di primavera e la concorrenza infilava gli infradito, infatti, i giocatori del boemo cominciavano a volare. E non solo metaforicamente… La storia professionale del “Maestro” è stata culto puro del lavoro, la sua preparazione ha sfiorato l’epica del sudore. Le patate lesse a inizio ritiro erano l’anima di una dieta preparata per “spurgare” i corpi dai disastri alimentari delle ferie. La differenza l’ha sempre fatta lì, nei chilometri di dolore, nella fatica iniettata in cospicue dosi per combattere le tossine del lassismo. La sua etica è sempre stata simile a quella di Dean Smith, uno dei santoni del basket universitario americano, colui – tanto per capirci – che “levigò” un tale Michael Jordan. Il programma del coach di North Carolina era un manifesto di cristallino “zemanismo”: “Più ci si sacrificava per un obiettivo – cioè più alto dal punto di vista personale era il prezzo da pagare – più quel sacrificio, un giorno, avrebbe avuto valore. Ciò che si otteneva troppo facilmente non aveva nessuna importanza” (tratto dal libro “Air – La storia di Michael Jordan”, di David Halberstam). Il boemo dirigerà il Foggia per la quarta volta: Zemanlandia è lontana, le metodologie si sono evolute, l’attenzione alla parte atletica è ora maniacale, e da questo punto di vista – forse – il tecnico potrà incidere meno rispetto al passato. Una cosa però è certa: chiunque affiderà un giovane al mister di Praga avrà la sicurezza di ritrovare un calciatore vero, allevato al culto dell’impegno, del sacrificio e del rispetto per le regole. Tante ripetute, pochi social e un calendario d’umiltà appeso in camera: chi si adegua resta, chi si “ribella” va a casa. È la legge del boemo! Che costruisce, modella e cerca di combattere i più forti con la spinta delle idee e della corsa. “Io non lavoro per guidare la squadra che è già una delle migliori al mondo, lavoro per poterla battere”, ha dichiarato Jürgen Klopp rispondendo a chi gli chiedeva se avesse ricevuto proposte per lasciare il Liverpool. Ecco, in partenza il Foggia di Zeman non sarà la squadra più competitiva, ma lui lavorerà duro affinché lo diventi! Il resto sono solo pulviscoli di stelle che si posano sul cielo di Wembley in attesa della sfida con l’Inghilterra…
1 commento
Si parla sempre e soltanto di Zeman, e la squadra? Il nulla più assoluto! Se pensiamo che chi dovrebbe costruire la rosa (Pavone) non è ancora stato annunciato come direttore sportivo…