Illusione e disillusione del “mio” Zeman biancoceleste
Il silenzio che viola l’irriverenza, l’illusione e la disillusione, un buffo di fumo nel nulla… l’attacco al potere, lui, la sua utopia, un credo che guadagna proseliti, il mito dei gradoni esportato nei sentieri tortuosi di montagna. Il “mio” Zeman è un libro giallo che nel primo paragrafo svela già la soluzione del caso. Giovedì 25 agosto 1994: si gioca il “Trofeo Samsonite”, a Roma, allo stadio Olimpico. Qualche mese prima il presidente della Lazio Sergio Cragnotti aveva stretto la mano a Casillo e si era portato Zdenek nella Capitale. Un altro maestro approdava dal Foggia alla Lazio dopo il leggendario Tommaso Maestrelli. Quella sera d’estate, io c’ero. È stata l’alfa e l’omega di tutto. In campo si fronteggiavano il 4-3-3 sfrontato di una Lazio “working in progress” e l’arrogante prepotenza dell’Ajax di Van Gaal, un timaço, con Van der Sar, i fratelli De Boer, Blind, Rijkaard, Davids, Overmars, Litmanen, Kluivert. Il grande raccordo anulare di Roma è intasato, il boemo ha risvegliato omerici ideali di lotta nel popolo dell’Aquila. Con un gruppo di amici arriviamo appena in tempo per il fischio d’avvio, con la lattina di Coca ancora in mano. Nemmeno il tempo di sederci e l’Ajax è già avanti con Davids. Il risultato all’intervallo è Lazio-Ajax 0-3, con un borioso, noioso e continuo ripetersi di passaggi indietro al portiere olandese. Tutto finito? Con altri forse sì, con Zeman è solo l’inizio. Nella ripresa, quattro reti (due di Beppe gol) in 30’, Casiraghi al posto di Rambaudi, Signori spostato a destra e Boksic a sinistra (per il tridente più forte nella storia biancoceleste), Ajax ribaltata, due lancieri espulsi, curva in visibilio, 4-3… 11 contro 9 e Coppa praticamente in mano. L’apoteosi? Macché: all’87’ un’epica dormita difensiva (!) consente a Litmanen di siglare il pari. Si va ai rigori e dopo un’interminabile serie di penalty il palo di De Sio condanna la Lazio. Illusione e disillusione, lo zemanismo capitolino ha scritto il suo mantra. Il boemo è stato amato, adorato, anche rimpianto (almeno sino a che non ha firmato per la Roma) perché ha rappresentato il ludibrio puro, è stato il 4-0 alla Juve e due giorni dopo l’eliminazione con il Lione in Coppa Uefa, ha tessuto la tela di Penelope, è stato l’orgoglio di chi sfidava finalmente il Nord. Il “mio” Zeman ha alimentato la revolución, è stato la provocazione di schierare Signori con la maglia n° 9 (mai più indossata) alla prima partita ufficiale dopo i Mondiali del ’94 come a ricordare a Sacchi che Beppe era un cannoniere di platino non un umile “facchino” di fascia! Zeman non ha vinto nulla ma ha trionfato… la sua Lazio ha duellato con Galliani e Moggi e lui ha condotto quella battaglia ideologica come un pasdaran integralista. Il “mio” Zeman è stato un meraviglioso incompiuto e forse – proprio per questo – lo ricordo con nostalgia, così come quell’allegro signore di Marino una fila sotto la mia che dopo ogni gol di Laziolandia si girava e diceva: “Non ci prende più nessuno!”
1 commento
Un vero uomo, un grande inimitabile maestro di calcio
Vorrei che ve ne fossero tanti come Zeman.
Al campo di calcio si va per vedere il bel gioco e non per vedere vincere una delle due squadre.